Le piante pioniere

Le piante pioniere

Si andrà avanti. Inevitabilmente, perchè l’unico posto in cui possiamo abitare è il futuro. Ma la frattura c’è  e la cesura attraversa la connessione tra presente e passato, presente e futuro. Sono saltati molti dei punti di riferimento e non ci resta che tentare di ricostruire nuove cornici interpretative, nuovi modi di agire, utilizzando gli avanzi di quelli di ieri, rileggendoli, reinventandoli e adattandoli al nuovo contesto.

La metafora che mi sembra oggi più efficace è quella delle piante pioniere. Chi guarda il terreno dopo una frana rovinosa o quello dove è passato il fuoco, addirittura la lava, vede solo devastazione. Sembra impossibile che possa vegetare ancora qualcosa, che la vita riprenda il suo corso.

Ma anche nelle condizioni più difficili, la flora trova sempre il modo, adattandosi, di insediarsi.

È il messaggio che possiamo trarre dalla natura: anche dopo l’evento più avverso, anche in terreni devastati, poveri, poco profondi, delle piante allignano. Presto, prima di quanto si potrebbe supporre. Le chiamano “piante pioniere” . Erica, epilobio, verbasco, clematis. Tante altre.

 

Il nome  ben si addice a queste colonizzatrici che non temono la scarsità d’acqua, la mancanza di humus, la scomoda vicinanza delle rocce che non concedono alle radici che scarsi spazi.

Sono molto resistenti, modificano  il terreno e lo rendono più adatto ad altre specie più esigenti che si insedieranno successivamente. Sanno approfittare di quanto trovano, persino degli stessi materiali di disfacimento del terreno su cui poggiano.

La loro azione è preziosissima in quanto con le radici fermano la terra e pongono le condizioni perchè le altre piante sopraggiungano, anche se più lentamente, garantendo la transizione a un mondo da reiventare.

Le condizioni in cui le piante pioniere si insediano evoca con drammatica evidenza la situazione in cui oggi ci troviamo. Una realtà devastata e da ricostruire, partendo dai fondamentali e guardandola da una prospettiva mai prima immaginata.

In questa rubrica - con qualche presunzione perchè la natura è inimitabile - proveremo a  fungere da pianta pioniera presentando alcune riflessioni connesse a un tema, appunto, fondamentale, quello della salute e sicurezza dei cittadini.

Tema che attiene a un diritto costituzionalmente garantito (art. 32 della Costituzione italiana) e come tale indisponibile e che viene declinato nella specifica realtà dei luoghi di lavoro dal Testo Unico sulla sicurezza del 2008 (d. 81/08).

Gli eventi hanno messo in luce elementi di fragilità nel sistema complessivo e nella specifica gestione di alcuni aspetti, in particolare nelle frammentate modalità di applicazione delle misure di protezione adottate nei luoghi di lavoro.

Essere costretti a guardare con occhi nuovi l’esistente costituisce una grande opportunità perchè permette di recuperare quanto di buono è presente nel sistema e di superare limiti e inadeguatezze.

Non è tempo di polemiche, semmai di critiche costruttive. Ora più che mai è utile il monito spinoziano “nec lugere, neque detestari, sed intelligere”.

Renata Borgato

 

Renata Borgato: "Per quanto mi riguarda, io farò il mio mestiere, che è quello di formatrice, consulente aziendale e scrittrice per lanciare provocazioni e per proporre, anche nel contesto del mondo del lavoro, quelle che Goffman chiamava “danze”. Ma danze nuove. I temi rimangono gli stessi, però possiamo provare a declinarli in un altro modo. Sperando che così i nostri interventi acquistino maggiore efficacia. E che ci permettano di pensare alla felicità sul lavoro non come a un’utopia, ma come a una realistica aspirazione. Il proporre nuovi sguardi per problemi noti è quanto ci proponiamo di fare in questa rubrica".