Apparato radicale profondo

oltre l'obbligo

Il ruolo di creatività e innovazione

Al di là delle diverse letture della situazione attuale e delle previsioni sui possibili sviluppi di essa, è abbastanza condivisa l’idea che sia inevitabile una discontinuità con il passato, anche se la profondità e pervasività dei cambiamenti non è univocamente percepita. Alcuni esiti sono, dal nostro punto di vista, particolarmente auspicabili. Tra questi la diffusione di modelli virtuosi di relazioni tra i diversi soggetti operanti nelle imprese.

Già negli anni 80 Michel Crozier, sociologo e attento osservatore dell’organizzazione europea, sosteneva l’assoluta centralità del capitale intellettivo e umano per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo nell’impresa. Diceva che la risorsa umana è “fondamentale”, “decisiva” “strutturante” e che è intorno a essa che vanno ordinate tutte le altre risorse.

In un momento come questo è essenziale mobilitare le capacità individuali e collettive esistenti per avviare la ripartenza. Creatività e innovazione acquisiscono un ruolo fondamentale ed è l’osservazione che gioca un ruolo decisivo: osservare significa cogliere, vedere, notare, fare propria la realtà circostante. Ed è necessario saper guardare con occhi nuovi, non avere schemi preordinati troppo rigidi. Il vero pericolo è infatti quello di utilizzare mappe obsolete per orientarsi in un territorio che è inevitabilmente cambiato. Cogliere le opportunità è facilitato dall’effettuare le osservazioni da diversi punti di vista. La valorizzazione dei contributi forniti da coloro che osservano consapevolmente i diversi aspetti esercitando ruoli diversi permette di cogliere ciò che non è previsto, dà spazio a salti intuitivi magari precedentemente non sufficientemente percepiti e di utilizzarli strategicamente.

 

Non dimentichiamo che gli esiti della pandemia si inscrivono in una situazione fortemente dinamica, segnata da grandi innovazioni, tecnologiche e organizzative. Siamo di conseguenza obbligati a confrontarci contemporaneamente con la situazione di exponential innovation trainata dalla quarta rivoluzione industriale e con il  nuovo contesto determinato dal covid.

Nella fase acuta della pandemia l’attenzione si è spostata dalle nuove tecnologie e dalla situazione generale in cui esse si situano, ma non è più differibile una lettura complessiva dell’esistente e una ripresa della riflessione di merito. Le domande non procrastinabili sono innumerevoli. Qui scelgo volutamente un solo tema: quello dello stretto collegamento tra l’uso delle nuove tecnologie e la disintermediazione e  e conseguenze che essa provoca sull’organizzazione della vita privata e lavorativa. Affido questa riflessione alla più ovvia delle correlazioni, la diffusione e il governo dello smartworking in particolare e del lavoro da remoto in genere, sfuggiti durante l’emergenza a una regolamentazione pattizia.

 

È cambiato il modo di lavorare e di concepire la vita quasi senza che ce ne accorgessimo e la pandemia ha solo reso più evidente l’erosione della cultura che orientava i rapporti sociali, politici, economici e personali. Già prima di essa si faticava a dare schemi di interpretazione e di riferimento per quanto accadeva nella società e nel mondo del lavoro.

Il potere di indirizzamento dei corpi intermedi (partiti, sindacati, chiese) si era appannato e oggi più che mai appare evidente il disorientamento che ciò ha prodotto.

È essenziale dunque individuare un nuovo soggetto adatto a guidare il processo di cambiamento e a orientare il pensiero e i comportamenti diventando quel punto di riferimento che i tradizionali attori sociali non sono più in grado di essere.

Abbiamo già indicato in precedenza le imprese come il soggetto che ha più interesse a farsi carico della formazione. Ora alziamo il tiro e suggeriamo che le imprese potrebbero svolgere un ruolo trainante nella ripresa.

Il contesto italiano permette di ritenere possibile questa evoluzione in quanto esiste un nucleo solido di aziende manifatturiere, agricole e terziarie che hanno riadattato le proprie strategie complessive e rappresentano un blocco solido di economia reale, contrapposto al disgregarsi dell’economia finanziaria.

La tipologia di azienda cui pensiamo è quella della piccola e media impresa, il modello che, come confermano i dati Censis, è ormai da anni il più diffuso in Italia.

Tra esse molte sono fortemente radicate nel territorio su cui operano e da cui traggono valore aggiunto come fattore competitivo e come strumento di sviluppo e benessere  non solo per sé, ma per una pluralità di soggetti. Queste imprese dimostrano di aver individuato modalità di gestione che permettono l’equilibrata composizione di interessi diversi, la capacità di conciliare la produzione di reddito con il rispetto per le persone che in essa operano e per il territorio in cui sono insediate. Imprese economicamente produttive e sane, in cui le persone stanno bene, lavorano in sicurezza , possono essere soddisfatte del proprio lavoro.

Le condizioni di base ci sono, il problema è quello di individuare quali modalità di relazione, quali tipologie di lavoro e quale cultura le aziende potrebbero proporre e soprattutto le ragioni per cui avrebbero interesse a farlo.

     Ci rendiamo conto che questa riflessione ci porta a muoverci su un terreno scivoloso, in cui progettualità concreta e visione utopica sono molto vicine, ma ci conforta il fatto che cercare nell’impresa un punto di riferimento per la società non è una cosa inedita: si tratta di una strategia che affonda le proprie radici nelle esperienze che nel passato si sono più volte dimostrate vincenti.

Alla base di scelte di questo tipo non stanno utopie umanitarie, ma un realistico senso dell’opportunità. La logica, come è sempre stato e come deve essere nell’azienda, è quella del profitto.

In questa prospettiva diventano sempre più importanti le risorse umane di qualità e l’impegno di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nella produzione. L’impresa di successo è quella che riesce a mobilitare e orchestrare l’attività delle persone e a valorizzarne l’apporto.

È sulle persone che si costruisce e ricostruisce: sono esse le radici profonde che affondano nel terreno, rendendolo stabile. Sono esse le piante pioniere che permettono di ricominciare.

Renata Borgato

Renata Borgato: "Per quanto mi riguarda, io farò il mio mestiere, che è quello di formatrice, consulente aziendale e scrittrice per lanciare provocazioni e per proporre, anche nel contesto del mondo del lavoro, quelle che Goffman chiamava “danze”. Ma danze nuove. I temi rimangono gli stessi, però possiamo provare a declinarli in un altro modo. Sperando che così i nostri interventi acquistino maggiore efficacia. E che ci permettano di pensare alla felicità sul lavoro non come a un’utopia, ma come a una realistica aspirazione. Il proporre nuovi sguardi per problemi noti è quanto ci proponiamo di fare in questa rubrica".