Ripartire. Da dove?

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Ripartire dalle persone

                                                                                                     

Ripartire. Da dove?

Bisogna fare attenzione. Ora più che mai c’è il pericolo che le strategie di breve periodo permettano di eludere le scelte complessive, quelle sulle quali si potrebbe basare “la ripresa”. Per le aziende, gli enti e le organizzazioni in genere è il momento di decidere in che direzione andare, dove allocare prevalentemente le risorse, tante o poche che siano.  Di definire priorità su cui investire per non disperdere energie e fondi.

Il dibattito innescato da De Bortoli e ospitato dal Corriere della Sera ha il pregio di indicare (nuovamente) una direzione precisa: bisogna puntare sulla formazione, scolastica ed extra scolastica. Molteplici sono gli esempi che si potrebbero portare per documentare la dequalificazione dell’offerta formativa, ma non è questo il nostro campo di interesse. Ci sembra invece più interessante riflettere sull’individuazione di elementi correttivi e migliorativi a questo dato di fatto e individuare i soggetti che potrebbero impegnarsi e sono impegnati su questo terreno con un’azione complementare a quella dello Stato.

Nell’ultimo decennio molte imprese hanno realizzato al proprio interno delle vere scuole per la formazione del proprio personale. Le Academy, comunemente dette, a partire dalle agenzie interinali operanti sul territorio nazionale, si sono sempre più diffuse laddove le dimensioni organizzative e le risorse lo permettevano, ma soprattutto laddove era ormai chiaro che la leva che rende vincente un’organizzazione è la preparazione e la motivazione del personale. Ossia delle risorse umane a qualsiasi livello.

La diffusione di centri di formazione gestiti dalle imprese presenta innumerevoli vantaggi. Oltre a rispondere a un concreto bisogno di esse di disporre di lavoratori qualificati e a migliorarne l’immagine, costituisce uno stimolo per il mercato della formazione (competizione di valore) e per lo Stato stesso a rivedere le proprie scelte in materia di formazione e a modificare le proprie politiche.

Che le aziende possano investire nell’istituzione di centri di formazione non è un’idea nuova. A costo di essere scontati ci limiteremo a richiamare la grande lezione di Olivetti, per dimostrare che non si tratta di esperienze non più attuabili, a citare gli investimenti per l’ampliamento della cultura, teorica e pratica, attuati da Cucinelli a Solomeo. Investimenti, appunto, in quanto hanno ricadute sulla produttività aziendale, sulla fidelizzazione dei dipendenti e, non ultimo, si inquadrano in un’ottima politica di marketing.

È idea diffusa che il successo d’impresa dipenda dalla qualità delle risorse umane messe in campo. Non tutte le realtà ne traggono però le conseguenze. Altrettanto raramente si dà seguito alla altrettanto non contestata idea che in un contesto come quello attuale, incerto, volatile, ambiguo e complesso, l’unico strumento veramente essenziale e ovunque utilizzabile sia la capacità di pensare delle persone. Spesso si crea così una divaricazione tra le idee e la loro applicazione nella realtà quotidiana.

Per questo motivo il binomio persone-organizzazione non è da recidere. Non possiamo permetterci una buona qualità delle risorse umane senza una buona organizzazione che le supporti in termini di risorse e relazioni.

Ovviamente non tutte le imprese hanno le dimensioni e le risorse per organizzare una struttura stabile dedicata alla formazione. In molti casi non ne hanno neppure il bisogno. Non sempre occorrono grandi investimenti dedicati. D’altra parte è un fatto che già oggi tutte le imprese fruiscono (o sarebbero tenute a fruire) di un certo numero di ore di formazione per obbligo di legge (vedere la formazione in materia di sicurezza) o contrattuale (es. l’ultimo contratto CCNL del settore meccanica). Sarebbe sufficiente quindi agire consapevolmente sull’esistente per migliorare in termini di efficacia la qualità di quello che già si fa partendo da una progettazione strategicamente mirata agli obiettivi da raggiungere, superando la logica degli interventi episodici e slegati tra loro.

In questo potrebbe essere vincente la presenza sul territorio nazionale di piccoli enti di formazione e società di servizi accreditate, che possono divenire il supporto permanente per tutta la micro piccola e media impresa che non può permettersi una propria Academy interna. Un piccolo ente di formazione può facilmente adattare la propria progettualità e offerta formativa alle esigenze di piccole aziende clienti, magari specializzandosi per settore o per processi particolari.

Non è neppure necessario aumentare il numero di ore dedicate alla formazione, ma basterebbe inserirle in un quadro coerente da declinare con scadenze prefissate. Collegare la formazione agli sviluppi di carriera e di rendere così motivante la partecipazione attiva a essa.

Verifiche in itinere aiuterebbero ad aggiustare il percorso, ancorandolo strettamente ai risultati realmente ottenuti e rendendone percepibile la spendibilità, sia sul piano della crescita personale che aziendale.

A fare la differenza non è l’argomento affrontato quanto il processo di rielaborazione che un intervento formativo ben progettato e ben condotto innesca. Ed è dirimente la coerenza tra i contenuti erogati e la loro applicazione in azienda.

Non basta quindi parlare di progetti. Occorre riflettere anche sulla qualità dei progetti stessi, superando la logica che ha condotto a privilegiare la gradevolezza dei corsi, la spettacolarizzazione, l’idea dei risultati immediati e senza sforzo. E che ha contribuito a sancirne l’irrilevanza.

L’apprendimento è un processo faticoso e, di conseguenza, richiede di stabilire un nuovo patto tra l’azienda e i lavoratori che dia un senso a questa fatica e spinga a sostenerla.

  “Lo studio”, ci ricorda Gramsci “è un mestiere molto faticoso … un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia”.  Ma è anche l’unica strada per crescere come persone e per far crescere l’impresa.

Renata Borgato

 

Renata Borgato: "Per quanto mi riguarda, io farò il mio mestiere, che è quello di formatrice, consulente aziendale e scrittrice per lanciare provocazioni e per proporre, anche nel contesto del mondo del lavoro, quelle che Goffman chiamava “danze”. Ma danze nuove. I temi rimangono gli stessi, però possiamo provare a declinarli in un altro modo. Sperando che così i nostri interventi acquistino maggiore efficacia. E che ci permettano di pensare alla felicità sul lavoro non come a un’utopia, ma come a una realistica aspirazione. Il proporre nuovi sguardi per problemi noti è quanto ci proponiamo di fare in questa rubrica".