Se non ora quando?

In questi giorni ho ritrovato degli spunti presi durante la lettura di un articolo (di cui purtroppo non ricordo l’autore) che in qualche misura comparava il componimento poetico dei testi classici e in particolare la quarta ecloga di Virgilio dedicata al console Pollione, alla situazione di questo periodo. In questo testo il sommo poeta immagina che sia giunta l’ultima “era” predetta dalla Sibilla Cumana, cioè il momento in cui il tempo si rinnoverà e un bambino (chi?) riporterà gli esseri umani alla felicità dell’età dell’oro. Una rinascita in cui il mondo ne uscirà rinnovato e rinvigorito.

Pollione era console nell’anno 40 a.C. e nulla era effettivamente più desiderabile, visto che Roma usciva (illusoriamente) dal disastro delle guerre civili, per poi ripiombarci poco dopo e per altri nove anni.

Quei momenti furono veramente bui, la morte aleggiava per Roma e il suo popolo aspirava che finisse l’emergenza e si tornasse presto alla nuova vita. Virgilio la ipotizzava come un nuovo tempo, che però in qualche forma rinnovava fatti e personaggi del vecchio.

Adesso quello che noi tutti auspichiamo è che l’illusorietà vissuta da Pollione e poi tradita dai fatti, non si ripresenti da noi nei prossimi mesi, come in una specie di sliding doors. E, ritornando al pensiero virgiliano, se ciò però avvenisse cerchiamo almeno di “recuperare” dal vecchio la memoria degli errori commessi.

La memoria però non è solo l’altro ieri, ha basi lontane e che partono dalla nostra scuola dimenticata.

Brava è stata Renata Borgato a ricordarci in uno sei suoi articoli come il nuovo (obbligato) smart working sia il rinnovato vecchio telelavoro, anche se quest’ultimo, è giusto ricordarlo, ha precisi vincoli spaziali e temporali, che il nuovo non ha. Fatti e personaggi del vecchio, lavoratori e aziende, si sono ripresentati nel nuovo con un’adeguata adattabilità al difficile momento. Renata ha poi evidenziato quanto siamo stati tutti resilienti, termine che Virgilio non avrebbe certo usato, ma è estremamente efficace. Ci riconosce la fatica che tutti noi abbiamo fatto per sopportare il forte carico, fisico ed emotivo della pandemia, senza però spezzarci.

E, come dice ancora Renata, ben venga dunque un nuovo processo negoziale tra i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro per regolamentare i diritti di entrambe le parti in gioco, in un sistema non più misurato sul tempo che passa, ma sulla produttività.

Va detto però che un contratto di lavoro pur se evoluto non sana i limiti che stanno a monte tra le parti coinvolte. Essi sono legati al tema della produttività e anche a quello della cultura, argomenti questi che mi portano a riprendere con qualche numero anche quello che ho citato prima, della scuola dimenticata.

L’Italia risulta all’ultimo posto tra i paesi dell’Ocse per la spesa pubblica destinata all’istruzione, infatti il nostro Paese ne destina, tra tutti i gradi del sistema, solo il 6.9%. La Colombia il 9.8%! All’università nel 2017 sono stai assegnati fondi ridotti del 20% rispetto al 2009.

Essendo ultimi tra i paesi Ocse per gli investimenti sulla scuola, non dobbiamo quindi stupirci e ancor meno ipocritamente rammaricarci, se siamo anche ultimi (dati Ocse) per il grado di istruzione dei giovani e meno giovani. D’altra parte la scuola è retta da precari, così come l’università e la nostra ricerca, quest’ultima finanziata attraverso “spettacoli” televisivi.

Possibile che permanga la sordità di chi ci governa di fronte a un concetto così semplice, che è quello che investire in istruzione e ricerca è, senza dubbio alcuno, l’investimento più redditizio e con maggiore ritorno (ROI) che possiamo immaginarci? Qui recuperiamo la produttività! Sia che si lavori in azienda, sia in smart working.

Chi ci racconta che domani sarà migliore, che tutti noi saremo migliori, che quanto ci si sta preparando a fare ci avvicinerà all’età dell’oro mi sembra viva un’illusione, che mi auguro non sia nefasta come quella vissuta dal povero console Pollione.

Dunque?

Se veramente siamo stati resilienti e siamo diventati un “prodotto” che ha gestito positivamente tutta l’energia negativa che ci ha travolto, ma che alla fine non ci ha spezzato, dobbiamo prepararci allora a contrastare le minacce che il futuro, purtroppo ancora incerto, ci potrebbe presentare.

Come fare? Come reagire?

Da ex siderurgico suggerirei di lavorare sul “prodotto”, e per spiegarmi vorrei farmi aiutare dalla mia materia.

In siderurgia il valore della resilienza è noto da molti decenni. Ponti e navi costruiti all’inizio del secolo scorso e messi in esercizio in aree o mari dove la temperatura poteva scendere molto sotto lo zero, si spezzavano sotto carico come se fossero fatti di vetro, improvvisamente. Le caratteristiche meccaniche misurate a temperatura ambiente crollavano miseramente alle bassissime temperature e tutti i parametri di progetto venivano di colpo vanificati. I valori di resilienza precipitavano, l’acciaio non era più in grado di resistere all’energia delle onde che lo colpiva, i ponti si spezzavano, le navi affondavano.

Ci volle lo studio e la ricerca per uscirne. Si capì che modificando l’analisi chimica e aggiungendo all’acciaio liquido durante la fabbricazione una modestissima percentuale di alluminio, la struttura cristallografica si modificava al meglio e il materiale poteva così conservare le sue caratteristiche fisiche di resilienza, anche a bassissima temperatura.

Non voglio con questo dire che col prodotto umano si debba agire sulla chimica, ma sullo studio e sulla cultura sì! Dobbiamo migliorare la capacità di acquisire nuova conoscenza e competenza, oltre a quello che la scuola nel bene o nel male può dare.

Il come fare, dunque, sta ora alle aziende, perché tutte indistintamente possono usare un formidabile strumento per contribuire in modo estremamente importante al miglioramento della qualità e capacità di tutti i propri collaboratori, manager, impiegati, operai: quello della formazione.

E non parlo solo di quella obbligatoria, che come tale assolve già un compito molto importante che attiene la sicurezza del lavoro, ma soprattutto di quella mirata a far crescere sistematicamente la competenza, la qualità e la capacità personale di ogni persona per renderla in grado di affrontare gli eventi esterni più stressanti, sia del lavoro che della vita.

Sempre più la capacità dell’azienda di rinnovarsi e di adeguarsi velocemente al cambiamento, è direttamente proporzionale all’adattabilità culturale della proprietà, della dirigenza e di tutte le maestranze. Saper cogliere in tempi rapidi le opportunità offerte da una variata domanda del mercato (non solo in momenti di pandemia) è merito di un impegno culturale quotidiano e se si manifesta è indice dell’antifragilità che è entrata a far parte del DNA di tutti noi.

Questo è il nostro alluminio!

Silvano Panza

Silvano Panza: Presidente del CdA. Esperienza maturata come direttore generale di un’industria siderurgica di acciai speciali. Esperto di impianti, produzione  e marketing dell’industria metallurgica e siderurgica. Esperto di gestione dei processi aziendali. Formatore sulla pianificazione dell’organizzazione e sulla misurazione attraverso un calibrato controllo di gestione. Formatore delle risorse coinvolte nei processi aziendali agendo nell’area del parlabile e confrontabile.