La sicurezza tutti i giorni – Rubrica delle piante pioniere

Il concetto di sicurezza era molto distante dalla nostra vita di tutti i giorni. Era.

Poi è arrivata l’emergenza Coronavirus e la sicurezza è diventata tutela di sé e dell’altro, tutti i giorni.

I DPI (dispositivi di protezione individuale – per esempio, la mascherina), sono passati dall'essere confinati agli ambienti lavorativi ad oggetto del contendere nelle farmacie. Non è più necessario essere addetti ai lavori per parlare di DPI. Perfino i capi di Stato ora parlano di DPI.

Se ci pensiamo bene, il Testo Unico di tutela della salute e sicurezza (il decreto legislativo 81/2008) era nato appunto a tutela della salute e della sicurezza delle persone nei luoghi di lavoro e di vita. Ma negli anni ci siamo dimenticati “la vita”, la quotidianità di tutti noi.

 

Da questa premessa nasce la nostra rubrica. Uno spazio per riflettere sui temi della sicurezza, che oggi hanno invaso la nostra quotidianità: la sicurezza, tutti i giorni!

Abbiamo scelto una firma autorevole, Renata Borgato. L’abbiamo sceltà perché quando scrive, rispetta canoni oggettivi, sviluppando concetti complessi in modo chiaro e con uno stile inconfondibile.

La sua figura retorica è la METAFORA: costruisce con poche parole immagini e concetti essenziali.

È, di fatto, un architetto del pensiero scritto: Renata Borgato dà struttura ad un flusso di conosciuto e non conosciuto, che ci viene restituito semplicemente in ordine.

“... L’innovazione è qualcosa che guadagna dall’incertezza. Certe persone stanno lì ad aspettare l’incertezza e la utilizzano come materia prima”. Ecco, quando mi hanno chiesto di presentarmi e di presentare la rubrica di cui mi occuperò mi è venuta in mente questa frase di Nassim Taleb. Io sono una persona che aspetta l’incertezza per avere l’occasione di veder messe in discussione abitudini sedimentate e, possibilmente, di veder saltare cornici interpretative indiscusse.

Questo atteggiamento mi permette di apprezzare anche gli aspetti positivi delle crisi. Certo, questo ci riporta al fin troppo citato ideogramma cinese che si dice vecchio di più di 2000 anni. Quello, comunque suggestivo, che ricorda che la parola “cambiamento” è composta da due ideogrammi distinti. Essi possono essere letti separatamente e in questo caso il primo significa crisi, pericolo, problema, il secondo  opportunità.  Solo qualora si leggano insieme indicano  “cambiamento”.

Il cambiamento, quindi, contiene in sé, al contempo, aspetti positivi e negativi ed è la loro coesistenza che  genera opportunità.

In quest’ottica possiamo sperare che dopo la crisi aperta dalla pandemia vengano scelte strategie di lungo periodo. È ancora cinese un proverbio che ricorda:

“Se vuoi un anno di prosperità fai crescere il grano,

se vuoi dieci anni di prosperità fai crescere degli alberi,

se vuoi cento anni di prosperità fai crescere le persone”.

Cioè investi in formazione. Dai alle persone strumenti per pensare autonomamente. Un’autentica responsabilizzazione potrebbe veramente fare la differenza anche in materia di sicurezza.

Abbiamo davvero bisogno di un salto di qualità. Quanto abbiamo fatto fino a ora non si è dimostrato abbastanza efficace. Il numero degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali lo hanno drammaticamente confermato.

Abbiamo bisogno di un salto di qualità per affrontare l'incertezza di un futuro che oggi non è facilmente immaginabile.

Eventi imprevisti e tragici hanno fatto sì che il mondo, non solo quello del lavoro,  si sia dovuto fermare. Ora dovremo necessariamente rallentare.

Ecco l’opportunità: abbiamo del tempo. E allora cerchiamo di usare questo tempo un po’ sospeso, vagamente surreale, per rileggere le pratiche fino a ora indiscusse, persino per sperimentare strade nuove. Nel modo di gestire la sicurezza nel mondo del lavoro, ma non solo. Gli scenari di intervento sono ben più ampi.

Per quanto mi riguarda, io farò il mio mestiere, che è quello di formatrice, consulente aziendale e scrittrice per lanciare provocazioni e per proporre, anche nel contesto del mondo del lavoro, quelle che Goffman chiamava “danze”. Ma danze nuove. I temi rimangono gli stessi, però possiamo provare a declinarli in un altro modo. Sperando che così i nostri interventi acquistino maggiore efficacia. E che ci permettano di pensare alla felicità sul lavoro non come a un’utopia, ma come a una realistica aspirazione. Il proporre nuovi sguardi per problemi noti è quanto ci proponiamo di fare in questa rubrica.

 

Renata Borgato