Il difficile mestiere del virologo e degli addetti alla sicurezza: il paradosso della prevenzione

Il paradosso della prevenzione

In una recente intervista al Corriere della Sera (24 maggio 2020) il virologo Fabrizio Pregliasco ha fatto alcune considerazioni su quello che lui ha definito: “il paradosso della prevenzione”. L’osservazione è in lui maturata durante il contagio da Covid 19 rilevando le posizioni di due parti in causa: quella di chi, per professione, informa i cittadini dei potenziali rischi (rischio di contagio) e quella di chi evoca un’incomprensibile ostilità verso i servizi strutturati di prevenzione per il contenimento del rischio.

Questo può accadere anche in azienda tra chi si occupa quotidianamente di sicurezza e chi si occupa di produzione o manutenzione o dei correlati servizi. Sia che si tratti di addetto interno, quindi appartenente all’organico aziendale, sia che si tratti di consulente esterno, chi si occupa della sicurezza del lavoro in azienda può essere visto come un menagramo o un visionario capace solo di ricercare i rischi là dove non ci sono realmente. Oppure semplicemente evitato nei processi di sviluppo delle attività aziendali, in quanto portatore di problematiche aggiuntive alla complessità delle azioni decise.

In realtà noi sappiamo che “La famigliarità a un pericolo, al contrario, agisce come un fattore attenuante nella percezione del rischio e induce a sottovalutare la minaccia” (G.Sturloni, La percezione del rischio, Il Tascabile https://www.iltascabile.com/scienze/percezione-rischio-coronavirus/).

Come per i virologi, anche nel mondo del lavoro in azienda, l’evidenziare un rischio reale, ma non avvertito dagli altri può suscitare perplessità, se non fastidio o aperta avversione, in quanto non percepito come componente diretta del lavoro. E anche qui, come nel caso del contagio COVID19, il rischio può tradursi in un danno come un infortunio sul lavoro o una malattia professionale.

Parrebbe quindi di poter affermare che la prevenzione ha più adepti quando fallisce che quando raggiunge i suoi scopi e questo starebbe a riconoscere un insuccesso; ma fortunatamente negli ultimi anni questa affermazione non rappresenta più la realtà.

Se permangono dubbi e incertezze in tal senso, questi nascono forse da un problema di gestione della significatività degli eventi negativi, che non rappresentano il totale degli eventi significativi. Quanto detto, per essere compreso, va infatti supportato evidenziando il fatto che gli infortuni vengono regolarmente contati mentre quelli che si sono evitati invece non si conoscono e sono difficilmente stimabili, se non sistematicamente rilevati come mancati incidenti. Troppo spesso non ci si sofferma a pensare a quel dato mancante e tanto meno ci si domanda grazie a quale miracolosa circostanza degli infortuni si sono evitati. La risposta ci sarebbe ed è fin troppo facile, basta pensarci. E se ci fosse un premio da riconoscere a questa miracolosa circostanza, la medaglia andrebbe proprio all’informazione e alla formazione del personale.

Va anche detto però che il confronto è impari sul piano del bilancio emotivo e cognitivo delle persone. La pandemia infatti agisce su tutti, nessuno escluso; il fenomeno ha dimostrato di non avere confini e di poter colpire trasversalmente chiunque. E per la cura c’è un rapporto di cura- beneficio semplice da comprendere, basta vederlo ed è subito dimostrato.

La percezione del rischio è un’attitudine che va coltivata e non può essere relegata alla predisposizione alla cautela innata in ogni singolo individuo. La cultura della percezione del rischio non è consolidata e ciò pesa sull’efficacia della prevenzione. L’abbiamo anche visto nei giorni scorsi, per ritornare al tema del Covid 19: nelle piazze di alcune città molti cittadini, in attesa dell’immunità di gregge , si sono comportati ancora come un branco di miopi. Nella vita privata come in quella lavorativa, azioni, comportamenti scorretti e non uso regolare dei DPI sono ancora un dato di fatto e tale rimarrà finché non prevarrà, come già detto, la cultura della percezione del rischio.

Le argomentazioni sono le medesime e riconducono al fatto che la percezione del rischio è fondata su un registro culturale che a sua volta si traduce nei comportamenti individuali. La cultura aziendale della sicurezza, quella che viene dai vertici, come quella di una comunità organizzata (lo Stato nelle sue espressioni), influenzano storicamente le percezioni e conseguentemente i comportamenti dei singoli. Le aziende che vivono nel sistema economico di oggi sanno che “La sicurezza sul lavoro non è solo tutela della salute, ma anche cultura della formazione e dell’organizzazione aziendale e pianificazione di strategie e interventi per garantire ambienti di lavoro sani e sicuri” (cit. Accredia, https://www.accredia.it/sicurezza-sul-lavoro-2/) e per questo si dotano di sistemi di gestione che favoriscano la crescita dell’azienda attraverso la misurazione dei processi interni.

La movida nella presunta, ma auspicata post-pandemia, diviene la metafora dell’ostilità alla scienza e ai suoi paradigmi che si muovono tra prove e controprove scientifiche, mentre la stupidità (dal latino stupiditas ossia torpore, intontimento) è assolutista, intrisa di solo certezze. È storia vecchia, d'altronde: già William Shakespeare diceva “Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido che crede di essere saggio”.

E così come il COVID 19 non si vede, non dimentichiamo mai che neppure alcuni rischi aziendali si vedono se l’azienda e le sue persone non sono adeguatamente preparate a farlo. Per questo una formazione efficace dentro e fuori le aziende deve insegnare a guardare, per imparare a vedere.

Gianmario Poiatti

Gianmario Poiatti: CUPG per 31 anni presso l’ATS di Bergamo. Grazie alla sua attività lavorativa ha maturato una solida esperienza nel ruolo di docente. Tecnico della prevenzione con Master in “Esperto in processi di formazione e sviluppo della sicurezza sul lavoro” presso l’Università degli studi di Bergamo Facoltà di Scienze della Formazione.